Ciclisti brutti, sporchi e cattivi. Ma è davvero così?

Ciclisti brutti, sporchi e cattivi. Ma è davvero così?

Un recente articolo sulla rivista Quattroruote ripropone la leggenda metropolitana dei ciclisti che, in fondo, il ruolo di utenti deboli della strada (soggetti a maggiore incidentalità rispetto ad altre categorie), se lo vanno a cercare.

L’articolo titola “Ma il rosso vale per tutti” e, citando i rilievi di FIAB e di altre associazioni in merito alla campagna sulla sicurezza stradale promossa da fondazione ANIA e FCI, (che hanno portato ad una formale diffida verso i promotori), elenca i risultati di un sondaggio della stessa fondazione ANIA dal quale si evincerebbe che i ciclisti intervistati (1.500 soggetti, scelti con quale criterio non è dato saperlo) consideravano “normali” atteggiamenti alla guida della bicicletta pericolosi e contrari alle norme del codice della strada.

Un po’ come dire che, se è vero che i ciclisti sono tra le maggiori vittime del sistema trasportistico italiano, è anche vero che la colpa è in gran parte loro, e non si capisce perchè, sempre i ciclisti, per tramite delle loro associazioni, si siano “offesi” per una campagna a favore della sicurezza che li richiama al doveroso e sacrosanto rispetto delle regole.

Peccato che altri studi (ricerca condotta da un gruppo di psicologi dell’Alma Mater di Bologna, nell’ambito del progetto europeo Xcycle, pubblicata sulla rivista Transport reviews), evidenzino come in moltissimi casi gli incidenti stradali che coinvolgono le biciclette sono causati da una precedenza non data… dall’automobile. E questo per un problema di  percezione, perchè anche se i ciclisti son ben visibili in strada (pettorina rifrangente, luci, campanello, casco multicolore, bici fluorescente, ecc.), non vengono percepiti dagli automobilisti, che finiscono per investirli.

Soluzione?  Assicurazione ciclisti obbligatoria? Dispositivi lampeggianti da applicare alle biciclette? Patente per i ciclisti? Casco, armatura e airbag? No… la raccomandazione che arriva dagli studi scientifici è quella di un mix fra infrastrutture per i ciclisti, separate dal traffico motorizzato, e strade a velocità ridotta (come ad esempio le ‘Zone 30’), dove due e quattro ruote condividono la carreggiata, come, d’altra parte, avviene in moltissimi Paesi europei e non, dove il ciclista non viene visto come “il male assoluto”, ma viene considerato una delle componenti del traffico, e come tale da disciplinare ma anche, e soprattutto, da rispettare.

Da ultimo va citato il Comitato Europeo delle Regioni il quale, in un parere sul tema “Una tabella di marcia dell’UE per la mobilità ciclistica“, ricorda che “l’abbassamento dei limiti di velocità negli agglomerati urbani e il fatto che tali limiti vengano rispettati costituiscono alcuni dei principali fattori che permettono di ridurre il numero degli incidenti mortali. Le collisioni tra i ciclisti e i veicoli motorizzati a velocità elevate figurano tra le principali cause degli incidenti in cui i ciclisti perdono la vita o vengono gravemente feriti” e che “i veicoli più grandi e più pesanti, sebbene il loro numero sia relativamente basso nelle aree urbane rispetto al numero complessivo di veicoli a motore, sono coinvolti in maniera sproporzionata in incidenti mortali per i ciclisti“.

Quindi tutta colpa dei ciclisti indisciplinati? Sembra proprio di no; il rispetto delle regole vale per tutte le categorie di utenti della strada e – va sottolineato – il ciclista è quasi sempre anche automobilista e pedone, e quindi sarebbe ora di finirla con categorizzazioni che fomentano “guerre sante” tra fruitori dello spazio stradale ricordando, a tutti livelli, che il rispetto della vita umana è prioritario e la qualità della vita di tutti dipende anche dall’attenzione e dalla prudenza che ognuno mette alla guida di qualsiasi mezzo.

Sottolineando, però, che se ciclisti e pedoni sono definiti “utenti deboli” un motivo c’è, e quindi l’utente “forte” dovrà essere sempre, e comunque, ancora più attento e responsabile, perché il mezzo motorizzato, se usato “male”, può diventare un’arma devastante.

Un esempio concreto.

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