«In Italia tutto viene contestato in funzione dell’auto. Va proprio cambiato il paradigma culturale. Purtroppo la politica ha paura di mettersi contro il pensiero comune». Alfredo Di Giovampaolo, giornalista RAI, è un socio di FIAB e da anni racconta l’Italia che pedala (e non solo) in varie trasmissioni su RaiNews come “Sulla Strada“, che tornerà in palinsesto a partire da settembre. Di recente lo abbiamo incontrato a Velo-city a Rimini, dove si è tenuto il summit globale della mobilità attiva. In questa intervista abbiamo parlato con lui di sicurezza stradale, di cultura, di bikelash, di dati.
Lavori e racconti la mobilità ciclistica da anni. Perché secondo te sul tema sicurezza stradale non si riesce a trovare un accordo comune per salvare vite?
Secondo me è una questione culturale. Siamo cresciuti negli ultimi 70 anni con l’idea che l’auto sia l’unico mezzo di trasporto. Dunque tutto ciò che mette in discussione il sistema viene visto come alieno. La violenza sulla strada poi, finché non ci riguarda direttamente, viene vista come lontana da noi. Tutte le persone, o quasi, sono anche proprietarie di automobili, ma la maggior parte potrebbe usare un mezzo diverso, avvantaggiando chi invece non può farne a meno.
Come è emerso a Velo-city, il freno al cambiamento sono le minoranze rumorose…
Va cambiato un paradigma culturale e la politica ovviamente ha paura di mettersi contro il pensiero comune. Lo notiamo quando un’amministrazione comunale progetta una pedonalizzazione o una ciclabile. Tutto viene contestato in funzione dell’auto. Ma è assurdo che in Italia questo sia un tema ideologico. La prima città 30 in Italia è stata Olbia, con un sindaco di centro-destra.
Città 30, pedonalizzazioni, bilanciamento dello spazio pubblico sono strumenti per ridurre il più possibile feriti e morti sulla strada.
Ogni anno in Italia muoiono circa 3.500 persone per scontri stradali. Qualcosa come dieci volte il terremoto dell’Aquila. Eppure non è un tema preso in considerazione. Bisogna andare oltre lo scontro ideologico. In più la stampa usa spesso un linguaggio stereotipato: “L’auto che uccide il ciclista”, mentre sarebbe corretto dire che una persona ne ha uccisa un’altra.
Sei stato anche tu a Velo-city. Che bilancio fai di questa edizione che è tornata in Italia dopo oltre 30 anni?
Il bilancio è positivo, soprattutto perché abbiamo visto che nel mondo esistono realtà in cui si interviene e si cambia il modello culturale. A Rimini ho intervistato i rappresentanti del Giappone, il Paese che ospiterà l’edizione dell’anno prossimo. Abbiamo parlato di Tokyo, città da 30 milioni di abitanti. L’auto è usata dal 10% della popolazione, dunque si può fare.

Per te che sei romano sarà stato di buon auspicio.
Ogni volta che si parla di cambiamenti, faccio proprio l’esempio di Roma. L’obiezione costante è che è una città grande e dunque non si potrebbe girare in bici. Non può esistere in sostanza un modello di trasporto senza auto. Ma se continuiamo a usare l’auto su distanze percorribili a piedi o in bici è chiaro che non ce la faremo mai. Io ragionavo così un tempo.
Per cambiare bisogna anche fare i conti con una retorica che a prescindere punta il dito contro le persone in bicicletta.
Partiamo da un modello culturale imposto dall’industria dell’auto negli ultimi 70 anni. Qualsiasi programma televisivo nel blocco pubblicitario presenta spot di auto. Puoi lavorare sulle parole, ma non è facile. La strada può essere quella di far capire agli amministratori che esistono cittadini che desiderano città diversa.
Ne incontri tanti nel tuo programma “Sulla Strada”.
Ho fatto una delle ultime puntate a Catania. Il coordinatore regionale di FIAB Sicilia Sebastiano Catena mi ha raccontato delle critiche di quando hanno pedonalizzato una parte di via Etnea. Ora nella parte non ancora pedonalizzata i commercianti chiedono di pedonalizzare. Questo però devono farlo gli amministratori. Un altro esempio viene da Roma, con Piazza Pia pedonalizzata: è meravigliosa perché le persone si sono riappropriate di un ex parcheggio.
Per cambiare le cose e dialogare con i politici servono poi le informazioni. Sulla mobilità ciclistica forse ci sono pochi dati?
Un dato oggettivo è che c’è un risparmio economico. Per la mia esperienza, da quando pedalo, è come se mi avessero aumentato lo stipendio di 300 euro al mese. Rispetto ai dati trovo scoraggiante un’altra lamentala: nelle città italiane alcuni sostengono che mancherebbero i parcheggi. A Roma abbiamo 1,7 milioni auto immatricolate e 1 milione e mezzo di patenti attive. Vuole dire che pure se tutto il milione e mezzo di patenti attive fossero alla guida rimarrebbero 200mila auto parcheggiate.
La stagione del tuo programma è terminata. Quando torni a pedalare per l’Italia?
Il 19 settembre riparte “Sulla Strada”. Ci tengo a dire che RaiNews è stato il primo canale all news in Italia, un’innovazione enorme. E secondo me continua a esserla perché nel 2019 abbiamo iniziato a parlare di cammini con “Cammina Italia”: il cammino come strumento di racconto giornalistico del territorio. Poi ho condotto “Pedala Italia” e l’attuale direttore Federico Zurzolo ha difeso il progetto di “Sulla strada”. Perché è un programma che pratica la sostenibilità. Io mi muovo in treno e in bici, nessuno della troupe usa l’auto. Mi piace pensare che “Sulla Strada” sia un po’ come un mondo perfetto.
