Città con più bici e meno auto? Più sane e… più benestanti!

Città con più bici e meno auto? Più sane e… più benestanti!

Chi ha detto che promuovere uno stile di vita fisicamente attivo sia solo una questione di salute pubblica? Una ricerca mostra come le città più attive si rivelino essere anche le più economicamente vivaci e competitive.

Se una città promuove per i suoi abitanti uno stile di vita meno sedentario, con maggior cura dell’alimentazione e con spostamenti a piedi o in bici più frequenti e prolungati, quali benefici ritornano alla stessa città? La risposta più nota e naturale è: un calo delle malattie e, conseguentemente, delle spese sanitarie. Cose importanti e già conosciute, ma in realtà i vantaggi per la collettività finiscono per andare ben oltre il solo benessere fisico: una popolazione fisicamente attiva, oltre a essere più sana, risulta essere anche molto più produttiva nel lavoro e negli studi, e intraprendente nell’economia.

Quest’ultima affermazione, di per sè non sorprendente, da oggi è anche fondata su rafforzate basi scientifiche: si tratta infatti del risultato di una vasta ricerca dell’Università della California – San Diego dal titolo “Making the Case for Designing Active Cities” (traducibile come “Perché è importante rendere attive le città”). Il lavoro, le cui conclusioni stanno avendo da alcune settimane una notevole rilevanza mediatica, tira le somme di oltre 500 studi su questi temi effettuati in città di 17 diversi paesi, arrivando a risultati inequivocabili su quello che accade nelle città in cui si cammina e pedala su grande scala e si usa meno l’auto.

Eccone alcuni:

  • aumento della produttività economica globale fino al 40%;
  • diminuzione dei giorni di ferie o malattia richiesti dai lavoratori (mediamente una settimana in meno all’anno);
  • ritorno economico in rapporto 13:1 del denaro investito in opere per la ciclopedonalità urbana (ovvero: per ogni Euro investito in queste opere la città si vede ritornare nel tempo 13 Euro in vari benefici economici);
  • drastica riduzione dell’inquinamento ambientale e della congestione dei trasporti;
  • drastico calo delle spese sanitarie a carico della comunità (giusto per avere un’idea: si calcola che gli investimenti in ciclabilità fatti recentemente dalla città statunitense di Portland porteranno entro il 2040 a un risparmio di circa 12 miliardi di Euro per le casse cittadine in minori spese sanitarie);
  • positive influenze sulla sicurezza urbana (ad esempio, le strade i cui marciapiedi non sono affiancati da file di auto parcheggiate risultano avere un tasso di criminalità sensibilmente inferiore).

Insomma, le conclusioni dello studio convergono verso un punto chiaro: è tutto il modello di concezione e progettazione urbana che va ripensato per aumentare la mobilità ciclopedonale disincentivando nel contempo quella privata a motore. L’intento dichiarato del team di ricercatori è di convincere gli amministratori che il promuovere una vita attiva nelle loro città è una scelta lungimirante e vantaggiosa, altro che sterile idealismo. A tal fine, il report finale della ricerca è prodigo di consigli operativi per indirizzare gli stessi amministratori in questa direzione: tra queste possono senz’altro essere messe le zone a velocità ridotta, le zone a transito limitato o a pagamento, le tasse di circolazione in base ai chilometri percorsi, la promozione del car sharing, la creazione di piste ciclopedonali e di servizi per ciclisti come rastrelliere, parcheggi custoditi, … . E, volendo poi allargare lo sguardo al di fuori delle mura cittadine, si mostra anche come la competitività economica (in particolare la creatività e la capacità e rapidità di adattamento ai cambiamenti) di una città sia strettamente legata al tasso di vita attiva della sua popolazione, fatto da tenere in debita considerazione nel villaggio globale contemporaneo in cui realtà anche lontane ma più dinamiche possono mettere in crisi quelle più statiche.

Torniamo ora dagli istituti di ricerca californiani alla nostra realtà locale. In Italia, come accade per molte altre cose, anche in questa ogni centro urbano si muove per conto proprio: accanto a varie città dove l’attuazione di uno stile di vita attivo è già in fase molto avanzata ve ne sono altre – anche a breve distanza dalle prime – in cui la promozione di questi temi è assente o ridotta all’osso, quasi fosse una noiosa incombenza cui ottemperare per non farsi troppo notare dai vicini.

Cercando allora di metterci per un attimo nella testa dei nostri politici, proviamo a chiederci: perché un amministratore nostrano, sensibile più agli umori della gente che lo ha eletto che agli stimoli culturali provenienti dal mondo scientifico internazionale, dovrebbe orientare la sua azione verso questo tipo di scelte, rischiando magari di scontentare chi usa l’auto anche per andare a comprarsi le sigarette (sembrerà ridicolo, ma ancora oggi la gran parte degli spostamenti urbani in auto si esauriscono nell’arco di poche centinaia di metri)?

La risposta, oltre che dalle autorevoli conclusioni della scienza, può venire da un’umile osservazione empirica della realtà dei nostri centri abitati, che tutti possiamo fare, unita ad una visione appena un po’ nitida e imparziale del bene comune. Quello che succede è che quando viene creato un percorso ciclopedonale protetto – meglio se in un contesto ambientale gradevole, ma non necessariamente – in cui poter passare del tempo all’aria aperta lontani dal traffico motorizzato, come d’incanto moltissime persone “insospettabili” (non solo i patiti del jogging…) iniziano ad andarci in modo regolare, tutti i giorni, per passeggiare o pedalare per conto proprio o anche auto-organizzandosi in gruppi, riscoprendo in questo modo l’antico piacere di stare insieme e – miracolo! – un dimenticato benessere fisico.

Storielle? Niente affatto: è ciò che regolarmente si osserva in innumerevoli casi, dalla grande città al piccolo paese (o consorzi di paesi). Un esempio in mezzo a tanti altri: la cittadina di Cologna Veneta, zona sud-est della provincia di Verona in una “terra di mezzo” un tempo feudo della Serenissima, sta vivendo questo fenomeno sull’itinerario ciclopedonale che ha creato un paio d’anni fa usando fondi europei-regionali in collaborazione con i comuni limitrofi (www.percorsodelcolognese.it). Come l’amministrazione comunale ha avuto modo di segnalarci, accade ormai da più di un anno che i cittadini si organizzino spontaneamente a piccoli gruppi ad orari fissi della giornata per percorrere assieme dei tratti del tracciato. E i medici di base della zona hanno già avuto modo di toccare con mano gli effetti di questa pratica virtuosa, riscontrando in molti loro pazienti un aumentato benessere fisico e un minor ricorso a visite e medicinali. Questo conferma la parte già nota della ricerca, quella della miglior salute; ma siamo certi che, quando tra qualche anno andremo a vedere come stanno andando le cose, potremo riscontrare anche i ritorni economici in termini di produttività e ricchezza: già il recente risveglio dell’imprenditoria privata attorno al Percorso (agriturismi, B&B, ristrutturazioni edilizie, …) in una zona che fino agli anni scorsi era un po’ dormiente sembra promettere bene…

Facciamo "massa critica".

I soci FIAB sono oltre 40 mila ma se fossero 100, 150 mila, ci sarebbero più possibilità di portare a termine i tanti progetti per chi va in bici, da Bicitalia ad AIDA, da Comuni Ciclabili a CIAB. Diventare socio/a FIAB è utile anche a questo, pensaci.

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