Riscoprire la ruota (o a volte l’acqua calda)

Riscoprire la ruota (o a volte l’acqua calda)

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La bicicletta è sempre più presente sulle strade delle città italiane, nei media e in campagne, gruppi più o meno spontanei, movimenti. Anche grandi organizzazioni del tempo libero, dello sport, dell’ambiente, del turismo etc sembrano aver scoperto questo filone che avevano largamente ignorato per molti anni.

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Come avviene in molti campi l’Italia arriva con grande ritardo su un tema che è all’ordine del giorno in tutta Europa da almeno un decennio, con paesi che fanno da apripista ed altri che cercano di portarsi al loro livello. Noi arranchiamo e siamo lontani anni-luce e già distanziati da paesi e culture vicine alle nostre, ma che hanno recepito i segnali dei tempi.
Ma la ruota è quadrata?
In questo improvviso (e ritardato) interesse per la mobilità in bici ci potrebbero anche essere dei vantaggi: basta guardare oltre confine, a pochi passi, per trovare gran parte del lavoro già fatto: soluzioni sperimentate, come ci si è arrivati, motivi, vantaggi, svantaggi, analisi, studi, statistiche etc. Al massimo gli sforzi potrebbero essere concentrati su modesti adeguamenti di cosa fare, come farlo, etc.
Ed invece no, assistiamo a due follìe opposte e parallele, che potremmo classificare con modi dire: il primo è “da noi non si può” e l’altro “noi siamo più bravi“.
I primi sono fin troppo noti, in questa tipologia si arruolano pieni di entusiasmo politici locali, loro dirigenti ed apparati burocratici, ma anche alte figure ministeriali, pseudo-esperti della sicurezza, della trasportistica, dell’urbanistica etc.
Gli esempi si sprecano: si va dai “sensi unici eccetto bici” alle zone 30 a tappeto nelle aree urbane, dalla redistribuzione spazi stradali (per realizzare tramvie, piste ciclabili, spazi di socialità) alle varie forme di disincentivazione dell’auto e limitazioni alla circolazione, alla sosta, etc.
Il “non si può fare” è la copertura del “non voglio”, “preferisco lasciar tutto com’è” e di un radicato provincialismo. Da combattere, da ribaltare per la semplice necessità di non rimanere paralizzati 20 o 30 anni indietro.
Abbiamo però anche quelli che, nell’arretrata italietta, si inventano soluzioni avveniristiche, rivoluzionarie, il futuro radioso dell’umanità che non è in vista neanche nei paesi più avanzati. Anche qui gli esempi non mancano. Ed ecco che “le piste ciclabili sono inutili” o anche dannose o “un ghetto”, come se Copenhagen o Groningen (che ce le hanno, in modo massiccio)  fossero arretrate con le loro quote di spostamenti in bici del 28% e del 58%. Oppure dobbiamo abolire le auto in un solo colpo (sarebbe una gran bella cosa ..), o altre soluzioni fantascientifiche che sorgono da voli pindarici in terre in cui i salti logici e le divagazioni sono all’ordine del giorno.
Il risultato, non proprio brillante, è che ci troviamo a dover (faticosamente) “riscoprire la ruota” per avvicinarci a ciò che altrove è ormai consolidato e normale.
Quali modelli?
I modelli già realizzati o in sviluppo nei paesi più avanzati sono già molto ambiziosi per noi, e non richiedono l’enorme presunzione di inventarne altri, futuristici, basandoci sull’età della pietra in cui viviamo.
Schematizzando, si esce dalla mobilità autocentrica delle nostra città, ormai molto vicine alla paralisi, con due gambe: trasporto pubblico e ciclabilità a tappeto, che vanno ad integrarsi nell’intermodalità. Quest’ultima ingloba anche l’utilizzo dell’auto per arrivare nei punti di scambio con le altre due modalità di trasporto. Fattori analoghi, intermodali, che rafforzano il modello sono per es. car sharing, car pooling, bike sharing etc.

E la ciclabilità urbana ha a sua volta un modello consolidato ed efficace, sintetizzato dai due concetti di separazione” e di “condivisione dei flussi e degli spazi urbani o viabilistici. Detto in breve, sulla viabilità principale, le grandi direttrici di scorrimento, piste ciclabili che vanno a formare su tutta la città una rete continuativa, razionale, sicura, per questo attraente ed in grado di sottrarre forti quote di spostamenti all’auto. Nel reticolo che si viene a formare all’interno della rete ciclabile (e cioè delle maggiori direttrici di traffico) zone 30 a tappeto, secondo i principi e le soluzioni della “moderazione del traffico”. Qui vige la condivisione degli spazi stradali, non solo fra mezzi a motore e bici, ma anche a vantaggio di pedoni, bambini che vanno a scuola o giocano, spazi di socialità etc.