L’ambientalismo oltre Greta Thunberg. Perché non basta un’icona green

L’ambientalismo oltre Greta Thunberg. Perché non basta un’icona green

I presenti saranno tornati a casa con l’allegria di una bella giornata di sole. A Milano splendeva il giorno dello sciopero mondiale per il clima. «Se continuiamo così è la fine», «Abbiamo un solo Pianeta a disposizione». Lungo le strade non sfilavano né climatologi, né esperti. Soltanto i giovani e giovanissimi che con tutta la loro allegria e ingenuità – a quell’età gliela perdoniamo, no?– condividevano il sogno di una sedicenne svedese. Greta Thunberg, la nuova icona green che da agosto dell’anno scorso ha inaugurato la protesta, partendo in solitaria davanti al Parlamento a Stoccolma. Anche la Federazione Italiana Amici della Bicicletta ha aderito a questa manifestazione che in tutta Italia ha, per un giorno, innalzato gli adolescenti su prime pagine e siti nazionali. È politicamente corretto? A voi la scelta.

Li hanno criticati perché “balzavano” scuola. Li hanno punzecchiati perché “non è certo così che si cambiano le cose”. Non sappiamo quel che succederà d’ora in avanti: quante nuove Greta sono nate il 15 marzo? Quanti si saranno convinti che qualcosa si può fare per il cambiamento? Forse il problema è che intendiamo l’ambientalismo come una scelta tra il bianco e il nero. Non come un processo che va conquistato. A partire dai quartieri, dalle città, dagli Stati. Le piccole buone azioni sono quelle che, sommate tra loro, lasciano molti a bocca aperta quando scoprono che ad Amsterdam o a Copenaghen circolano più biciclette che auto.

Si dirà però che certe abitudini non cambiano e che dell’auto non si può fare a meno. Il lavoro, la fretta di tutti i giorni, la spesa e tutte le commissioni: la macchina serve. Ed è vero per molte persone. Ma chi scrive ammette che non sono poche le volte in cui la scelta delle quattro ruote nasconde pigrizia e scarso senso pratico. Non si arriva prima in città: mai. Non è più comodo: parcheggi introvabili. Non è conveniente: al parcometro ci arrabbiamo contro il Comune perché richiede più di un euro all’ora.

Ma quanto sarebbe bello allora risvegliarsi in un’Italia che non etichetta i mezzi di trasporto? La bicicletta e l’auto non hanno certo un colore politico. E a testimoniarlo sono i decenni di dialogo che Fiab ha avuto con tutti. “Dalla parte di chi pedala tutti i giorni”, dicevamo qualche anno fa. E continuiamo a ribadirlo. Un futuro migliore non deriva da quanto e se ci riscopriremo simili a Greta Thunberg. Almeno sull’ambiente e sulla nostra casa comune – la Terra – pensarsi come inquilini e non proprietari ci renderebbe migliori. Non perché al mondo servano guerrieri pronti a tutto, piuttosto cittadini consapevoli che siccità, alluvioni ed eventi atmosferici estremi riguardano anche il nostro piccolo. Usciamo dunque da questo provincialismo che confina l’ambiente a materia per appassionati delle ztl e della mobilità sostenibile.

Facciamo "massa critica".

I soci FIAB sono quasi 20 mila ma se fossero 100, 150 mila, ci sarebbero più possibilità di portare a termine i tanti progetti per chi va in bici, da Bicitalia ad AIDA, da Comuni Ciclabili a CIAB. Diventare socio/a FIAB è utile anche a questo, pensaci.

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