Alcune considerazioni sulla campagna Fci-Ania “Sicuri in bicicletta”

Alcune considerazioni sulla campagna Fci-Ania “Sicuri in bicicletta”

Il tema della sicurezza dei ciclisti è un argomento centrale per la mobilità in generale e per la diffusione della mobilità ciclistica in particolare. Sono fondamentali i contributi di tutti gli attori, per cui ben venga la campagna “Sicuri in bicicletta” impostata da FCI e Fondazione ANIA con la partecipazione di MIT e Polizia Stradale.

Va sottolineato che il parere della Federazione dei ciclisti sportivi e della fondazione dell’Associazione Nazionale delle Imprese Assicuratrici (che ha tra i principali clienti gli automobilisti) non garantisce un approccio spassionato all’argomento.

Infatti la campagna sviluppa il tema solo dal punto di vista dei possibili errori del ciclista, senza approfondire le cause degli incidenti e il più vasto tema della mobilità sostenibile che è stato affrontato per la prima volta dalla Legge 11 gennaio 2018, n. 2, “Disposizioni per lo sviluppo della mobilità in bicicletta e la realizzazione della rete nazionale di percorribilità ciclistica”.

In realtà la campagna FCI-ANIA sembra basarsi sull’assunto per cui la convivenza tra ciclisti e veicoli a motore è un’utopia, dati diversa natura dei mezzi, peso e velocità. Pertanto il ciclista deve essenzialmente proteggersi e pedalare in uno spazio separato.

Da queste premesse parto per approfondire i contenuti della campagna sino a oggi resi disponibili. Interessante è il format della comunicazione. Colori spenti, città vuote, quasi spettrali, poca empatia, approccio didascalico sottolineato da una infografica spartana e severa nei messaggi. Format funzionale a un messaggio scolastico di stampo deamicisiano con la contrapposizione tra bimbi bravi e cattivi.

Sorprendono le città prive di traffico e pedoni nelle quali non ci si riconosce. È vero che Fiab ha lanciato una campagna sulla “dieta del traffico”, ma qui sembra che vi abbiano aderito con troppo zelo. Sono gli stessi pubblicitari che fanno viaggiare le automobili su strade immacolate senza che il conducente incontri anima viva, al massimo una coccinella, senza domandarsi se la causa sia stata un conflitto nucleare o una campagna di saldi imperdibili di cui è ignaro.

Entrando nel merito, il filmato in sé non è sbagliato. Sottolinea in modo molto didattico comportamenti corretti, scorretti o da preferire.

In realtà assimilare infrazioni al codice della strada – come la mancata segnalazione della svolta, l’utilizzo del telefonino o il mancato uso di una corsia ciclabile quando presente – con il suggerimento di indossare il casco o controllare la meccanica prima di partire, è fuorviante: il concetto veicolato è che l’uso del casco sia obbligatorio.

Riguardo all’uso della corsia ciclabile sarebbe stato interessante vederla utilizzare con tanto di gimcana e discesa a piedi per l’attraversamento pedonale da parte dei coloratissimi ciclisti sportivi in allenamento ripresi nel trailer.

Se quindi il video si limitasse a sottolineare comportamenti consigliabili per il ciclista non ci sarebbe nulla da eccepire, salvo ragionare sulla sua poca efficacia. Al contrario, se ambisce a fornire le linee guida sulla sicurezza stradale (con tanto di campagna formativa finanziata dal ministero), è da rigettare in toto, perché:

  • Non si parla delle situazioni realmente pericolose quali gli incroci (anche semaforizzati), la partenza dallo stop semaforico o il sorpasso da parte di un’auto che poi gira a destra.
  • Manca l’analisi delle cause dell’incidentalità (ciclisti e pedoni muoiono investiti da automobilisti che non rispettano i limiti; nel 2016 90% degli incidenti sono avvenuti in area urbana, 160 ciclisti sono morti entro l’abitato, 110 fuori)
  • Il casco salva nelle cadute a bassa velocità (rare per gravità) ma è ininfluente in caso di investimenti ad alta velocità (il casco è omologato per impatti fino a 23 km/h: Scarponi è morto investito in allenamento nonostante lo indossasse; Isaac Galvez morì in gara dopo che era stato reso obbligatorio nelle competizioni per una caduta a 50 km/h)
  • Gli indumenti ad alta visibilità sono obbligatori di notte in extraurbano. Di giorno si può circolare con normale abbigliamento
  • Le corsie ciclabili sono tali se c’è continuità del percorso; in ambito urbano, nelle zone 30, non sono più necessarie; le zone 30 infatti, ove applicate, hanno più che dimezzato l’incidentalità.Tutto ciò ci porta a sostenere che i provvedimenti proposti dalla campagna FCI-ANIA ancorché utili sono più che altro palliativi per la sicurezza dei ciclisti. La moderazione del traffico e la riorganizzazione della mobilità, come indirizzato dalla L. 2/18 sono invece gli interventi essenziali in linea con le direttive comunitarie.In quest’ottica si può anche affermare che “la convivenza tra ciclisti e motorizzati” non è un’utopia e che grazie all’incremento della mobilità sostenibile le città possono ritornare ad essere vivibili e sociali.
Un esempio concreto.

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