Maleducazione sui pedali? No, grazie [4° puntata]

Maleducazione sui pedali? No, grazie [4° puntata]

Anche tra i ciclisti c’è chi si comporta male … ed è sbagliato difenderlo

Insomma, dopo aver spiegato che le campagne denigratorie son faziose e che, per chi usa la bici, alcuni comportamenti sono “salvavita”, va anche detto che capita talvolta di assistere a comportamenti riprovevoli. Che non sono tipici dei ciclisti, ma di cittadini” maleducati”. Vediamone alcuni senza cadere in oziose elencazioni, visto che è più utile, come fanno molte associazioni FIAB, sensibilizzare ad un uso corretto e sicuro del mezzo. Ricordandosi che nessuno di noi appartiene a priori ad una sola categoria.

Da ciclista urbano esperto so bene che ci sono delle regole di prudenza che vanno molto al di là del codice. Ad es. su una strada con le auto parcheggiate a destra non posso mantenermi rasente, rischio di essere colpito e gettato a terra da uno sportello che si apre, in altri casi da un’auto che esce da uno stop (NDR: si veda il recente articolo a tal proposito). Su una strada a scorrimento veloce forse è meglio, per salvarmi la pelle, pedalare sul marciapiede (il quale, come spesso avviene, è deserto e comunque posso o rallentare e scusarmi con i rari pedoni di passaggio). In Italia non esistono le “case avanzate per ciclisti” ma ritengo comunque sia più prudente ai semafori farsi vedere e mettersi davanti alle auto incolonnate.

Sto violando il codice? Non credo, visto che esso chiede prudenza e diligenza, e farsi investire non credo lo sia. D’altra parte il dubbio sulla liceità di questi comportamenti è la conseguenza di un Codice Stradale decrepito, che non detta regole adeguate per i ciclisti. Oltre che di città con strade pensate a sola dimensione d’auto.  Questi comportamenti “salvavita”, a dispetto dei soliti denigratori dei ciclisti, ritengo siano del tutto civili, se attuati con grande prudenza e con rispetto degli altri utenti della strada (specialmente quelli “fragili” come pedoni o altri ciclisti).

Premesso tutto ciò,  capita di assistere a comportamenti da parte di alcuni ciclisti che non esito a definire riprovevoli. Mi riferisco a comportamenti che non sono tipici dei ciclisti in quanto tali, ma di  cittadini maleducati, qualsiasi mezzo guidino.

Credo sbagli chi non condanna questi comportamenti, affermando che un ciclista non uccide nessuno, fa meno danni di un’auto, ecc.
E’ anche vero poi che, in linea di massima, le biciclette fanno meno danni di un’auto. Ma non sempre. Nella casistica che personalmente ho registrato, in più di 30 anni di ciclo-attivismo, non sono mancati gravi  incidenti causati da un ciclista, a seguito di investimenti di pedoni o altri ciclisti, o addirittura a danno di automobilisti usciti di strada per evitare una bici spuntata improvvisamente senza rispettare il segnale di Stop. Sono casi poco frequenti ma possibili. Alcuni hanno portato il ciclista, oltre che all’ospedale, a subire azioni legali di risarcimento danni con pesanti conseguenze economiche. [nota 1]

In città ad alta densità ciclistica, come quella in cui vivo, pochi ciclisti incivili possono addirittura diventare un pericolo per gli altri ciclisti e, pur in presenza di itinerari ciclabili sicuri, un disincentivo all’uso della bici da parte delle categorie più deboli (bambini, anziani, ecc.).  Anche gli incidenti tra ciclisti possono comportare gravi lesioni fisiche.

Ultimamente il problema è sorto sulle ciclabili extraurbane, dove nei giorni festivi i genitori portano i propri figli per pedalare in sicurezza e rischiano invece l’investimento da parte di qualche velocista che ha scambiato quel percorso per un velodromo dove allenarsi.  Così,  per colpa di pochi scriteriati, i ciclo-sportivi finiscono per stare “sulle palle” agli altri ciclisti; un’altra stupida “guerra tra poveri” come quella tra pedoni e ciclisti?

D’altra parte non esito a definire incivile il comportamento di alcuni ciclisti verso i pedoni. Seppur io stesso, per salvar la pelle, qualche volta vado su marciapiedi o in zone pedonali, cerco sempre di andare molto piano e di non creare problemi ai pedoni. Se ce son troppi o se lo spazio è limitato, allora scendo e porto il mezzo a mano. Invece c’è gente che invade il marciapiede senza minimo ritegno, anche quando non è strettamente necessario e magari a velocità sostenuta.

Volete un esempio eclatante? Strada chiusa alle auto e trasformata in ciclabile vicino a casa mia (definita da un amico cicloturista americano “la più bella via del mondo”) che io frequento anche come pedone, visto che ai due lati c’è un bel marciapiede.  Senza nessuna logica qualche ciclista preferisce il marciapiede alla ciclabile! Certo, accade raramente, una percentuale infinitesima rispetto alle migliaia di persone normali che ogni giorno la percorrono, che però può essere pericolosa per qualcuno e sicuramente molto fastidiosa per tutti.

Sul marciapiede ci sono anche persone anziane, che spesso faticano a camminare o si sentono insicure. Ciò che provano ben lo conosce chi ha accudito un genitore anziano con problemi di deambulazione; una bicicletta che gli sfreccia vicino lo terrorizza e può anche farlo cadere, con possibili gravi conseguenze. Analogo discorso vale rispetto ai bambini che hanno andatura incerta e possono compiere movimenti improvvisi e magari imprevedibili: non è poi così difficile mettersi nei panni del genitore preoccupato per l’incolumità del figlio. Lo stesso si può dire per persone invalide, non vedenti, ecc. che spesso lamentano, e a ragione, le loro difficoltà con i ciclisti. Che poi le auto siano per tutti loro un pericolo ben maggiore è assodato, ma non esime i ciclisti dal dovere di comportarsi correttamente.

Nel preoccuparsi di contrastare i pericoli concreti non bisogna dunque sottovalutare neppure la diffusione del senso di insicurezza, un disagio che, quando non nasce da forme di psicosi o amplificato da paure ossessive, comunque alimenta la difficoltà della vita specie nei contesti urbani. La città è già abbastanza inospitale e stressante (traffico, pavimentazione irregolare, rumore, inquinamento, mancato rispetto delle più elementari norme di sicurezza previste dal codice ma soprattutto dal comune buon senso): noi possiamo e dobbiamo dare ogni giorno il nostro contributo per opporci a questo degrado intollerabile che rende sempre più faticosa la vita nei centri urbani. Aiutiamo, con la mobilità dolce (cioè sostenibile e non aggressiva), a migliorare un ambiente che è fatto anche di relazioni tra le persone: a volte bastano piccole attenzioni ed un sorriso.

D’altra parte non è infrequente, in città dove son state realizzate molte piste ciclabili, il fenomeno opposto.  Pedoni, spesso in gruppo, che ignorando il marciapiede passeggiano beatamente sulla ciclabile o che l’attraversano senza guardare (rischiando di essere investiti da una bici). Giusto per non dimenticare che i maleducati (o i distratti) si trovano in tutte le categorie e non appartengono solo a questa o quella.

Si è poi molto parlato dei ciclisti “contromano”, facendo confusione tra l’andare “contromano” e il “senso unico eccetto bici”.
Andare “contromano” è un comportamento, e significa propriamente circolare a sinistra, ossia tenendo la mano contraria a quella ufficialmente prevista (in Italia, la destra).  Il “senso unico eccetto bici” è invece un provvedimento  (in vigore in tutta Europa) che permette, nelle strade a senso unico appositamente segnalate, di poter circolare in bici nel senso opposto a quello consentito al restante traffico veicolare (ma pur sempre sulla destra). E’ chiara la differenza?
C’è qualche ciclista che pratica e teorizza il “contromano” che, personalmente, considero una follia oltre che una grave infrazione del Codice.
Anche andare “contro-senso” in un senso unico (che non preveda la specifica eccezione per le bici) è un’infrazione. Personalmente non lo ritengo però un comportamento pericoloso, a condizione che si mantenga un’estrema prudenza,  senza distrazioni di sorta, cercando il più possibile di farsi vedere e scegliendo strade in cui il traffico sia già ridotto per intensità e frequenza. Chiaro che il ciclista che lo attua deve sapere che sta commettendo una infrazione e che quindi può essere multato e, in caso di incidente, si trova dalla parte del torto.
Purtroppo, in molte città i ciclisti sono “costretti” a questa infrazione, per il fatto che la viabilità è stata studiata per rendere “impermeabile” alle auto l’attraversamento del Centro Storico, dirottandole su circonvallazioni di grande traffico. Per un ciclista sarebbe più pericoloso, e  molto più lungo, andare sulla circonvallazione e pertanto si “arrangia”.
Basterebbe un minimo di buon senso da parte dei Comuni,  pensare a dei “corridoi” ciclabili di attraversamento.
In questo caso i ciclisti più che maleducati sono “inesistenti” per chi ha pianificato la circolazione stradale (e magari anche “presi in giro” da chi realizza piste ciclabili che portano verso il Centro … senza lasciartelo poi attraversare). Ordinare poi ai vigili urbani, come si è fatto da qualche parte, di mettersi in agguato alla fine dei sensi unici per multare i ciclisti, non risolve il problema. Equivale invece a dire “Il Comune invita i  cittadini a non usare la bicicletta. Andate in macchina”.

Un’altra regola spesso violata è quella dell’illuminazione della bicicletta. Se il buon senso non basta, ci sono anche ricerche che dimostrano che essere più visibili quando fa buio aiuta ad evitare alcuni incidenti. Bisogna ovviamente vedere il contesto in cui si pedala, visto che certe nostre città sono in realtà più che sufficientemente illuminate.
In FIAB, prima di avviare la campagna “il ciclista illuminato”,  qualcuno ha posto un problema: non è che si finisce, in qualche modo, per dar corda a certe campagne mediatiche che, per evitare di parlare dell’eccessiva velocità delle auto, scaricano sui ciclisti la questione sicurezza,  come se un giubbino catarifrangente o una fanaleria funzionante potesse salvarti da chi ti investe perché comunque non fa in tempo a vederti, in quanto corre velocemente o distrattamente?
Si è preferito correre questo rischio, per maggior sicurezza dei ciclisti. Anche per dare un segnale positivo alle esigenze di chi guida un’auto. Cerchiamo di vederla dal punto di vista degli automobilisti, tra i quali ci sono anche persone che cercano di guidare con prudenza. Hanno ragione se pretendono correttezza da parte di tutti gli utenti della strada. Di notte, per quanto la velocità possa essere moderata, spaventa guidare incrociando ciclisti “invisibili”, magari vestiti di nero e a fari spenti.  “Vado piano, però se ti vedo solo all’ultimo istante e ti investo, anche se non ti ammazzo posso farti del male. E non mi piace”.

Dunque, farsi vedere (luci, catadiottri, abbigliamento adeguato), farsi sentire (campanello), conoscere e rispettare le norme, sono elementi che caratterizzano e distinguono il ciclista consapevole e responsabile rispetto al ciclista incivile.
E’ importante prestare attenzione alla sicurezza e all’efficienza della propria bici. Le associazioni FIAB puntano molto anche sul fatto che la prima sicurezza inizia dal mezzo che guidiamo e curano quest’aspetto.

Affronto per ultimo un argomento che mi è un po’ estraneo. Ultimamente sulla stampa c’è chi se la prende con le “carovane” di ciclo-sportivi che, la domenica, si prendono spesso l’intera carreggiata sulle provinciali.
A dire il vero non è una questione che interessa più di tanto noi della FIAB, visto che nelle nostre escursioni c’è l’abitudine di studiare percorsi per stradine secondarie e di scarso traffico. Qui ci si concede l’affiancamento in due per chiacchierare mentre si pedala, ma ci si sposta più a destra quando arrivano autoveicoli e, dato il contesto tranquillo,  si nota nelle poche auto di passaggio una certa tolleranza (quello poi che vuol correre anche sulla stradina di campagna lo si trova sempre, per carità … magari anche nel fosso). Sulle strade più frequentate, spesso di puro raccordo, si dà l’indicazione di procedere in fila indiana e con maggiore prudenza.

Quindi non capisco per quale ragione alcuni  gruppi di ciclisti sportivi si comportino in tal maniera. Forse perché, data la loro velocità, maggiore di quella dei nostri ciclo-escursionisti , diventano più pericolosi da superare in “fila indiana”. Può essere, anche se la cosa non mi convince del tutto.
Comunque sia, anche se questi ciclisti fossero in torto marcio, ciò non rappresenta motivo per prendersela con tutti i ciclisti. In secondo  luogo, ritengo, la strada non è una sorta di autodromo per chi vuol correre; ci sono molte situazioni per le quali si dovrebbe rallentare e, a maggior ragione, se è domenica si potrebbe anche essere un po’ più tolleranti. A volte si tratta solo di pazientare qualche minuto … è forse la fine del mondo?
Potrei comunque capire l’arrabbiatura, ma questa non giustifica certi atteggiamenti di istigazione criminale, quali leggo in certi blog, che poi purtroppo si concretizzando con fatti mortali sulla strada. L’idea di prevaricazione che sottende l’uso dell’auto da parte di certe persone le rende indegne di appartenere al consesso civile.  Se maneggi un’arma che può uccidere la devi usare con responsabilità, non la puoi scaricare sul primo che ti fa un dispetto (per quanto cretino ritieni possa essere). Se non sei capace di controllarti allora meriti il ritiro del porto d’armi. Insomma a questi toglierei la patente di guida.

Per concludere, si potrebbero citare altri esempi, ma alla lunga rischia di diventare un esercizio ozioso.
Potrebbe essere più utile, come molte associazioni FIAB fanno, sensibilizzare i ciclisti ad un uso più corretto e sicuro del mezzo.
Sempre però ricordandosi che nessuno di noi appartiene a priori ad una sola categoria. In una sola giornata posso andare al lavoro in bici, a piedi a far acquisti, tornare a casa con l’autobus e poi prendere l’auto per altre esigenze.  Sarò sempre la stessa persona, educata o maleducata, in ognuno di questi momenti.
E’ fazioso quanto fantasioso pensare che scendere dall’auto e salire su una bicicletta trasformi magicamente le persone da dottor Jekyll a Mr. Hyde.
E in fondo, anche Carlo Maria Cipolla, nel suo trattatello sulle “Leggi fondamentali della stupidità umana”, insegna che essa è trasversale alle categorie.

[nota 1] Questo articolo è stato scritto due mesi prima del recente fatto di cronaca milanese, che non conosco nei dettagli e nel merito del quale non intendo entrare. Non ritengo comunque ne serio , ne corretto, come invece si è fatto, trarre prescrizioni generali da un singolo fatto isolato (andrebbe fatto invece sulla base di situazioni statistiche significative). Ed inoltre dinamiche e responsabilità sono sempre da accertare caso per caso; un ciclista che causa danni a cose o persone può esserne responsabile per il proprio comportamento, come invece non esserlo se l’incidente avviene a causa di imprudenze o infrazioni altrui (ad es. il pedone che scende improvvisamente dal marciapiede senza guardare e viene investito dal ciclista che sta sopraggiungendo).

Un esempio concreto.

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