Per iniziare a cambiare davvero le cose nelle nostre città dobbiamo fare un refraiming degli spostamenti in auto. Cambiare la cornice mentale attraverso la quale si pensa all’automobile come mezzo di trasporto tra i diversi a disposizione. Sono molte le persone che guidano anche per pochi chilometri al giorno ed è a loro che bisogna rivolgersi. Non per colpevolizzarle, ma per spiegare che esistono alternative e che, come dimostrano le best practice internazionali, le abitudini quotidiane sono modificabili in meglio.
A Velo-city 2026 a Rimini, l’evento che ha riunito un mese fa i maggiori esperti mondiali di mobilità attiva, si è parlato anche di linguaggio e di parole da usare (e non) per portare avanti una campagna di sensibilizzazione sulla bicicletta.
Persone, non tribù
Maria Cristina Caimotto, professoressa dell’Università di Torino, è stata speaker a Velo-city e nel Reel che pubblichiamo qui sopra ha riassunto per noi alcune parole che non si dovrebbero utilizzare quando si discute di mobilità attiva. Ciclisti e automobilisti? Meglio di no, per evitare la logica delle «tribù», come ha spiegato la docente. Più corretto sarebbe l’utilizzo di espressioni come persone che si muovono in bicicletta e in auto, proprio perché entrambe sono esperienze di trasporti comuni nella vita di moltissimi.
La logica delle tribù è polarizzante e, va da sè, funziona molto sui social così come nel dibattito pubblico odierno. Lo sforzo che realtà come FIAB devono fare è dunque importante nell’andare oltre questi steccati ideologici e fare capire quello che in Danimarca è normalità. «Da noi la mobilità attiva non riguarda nè destra, nè sinistra: riguarda la vita delle persone», ha spiegato a Velo-city Kenneth Øhrberg Krag, Ceo della Danish Cyclists’ Federation.

Un tema di tutti
In Italia da anni si discute sui progetti di città 30, spesso riguardo alla città di Bologna. Certe misure vengono però percepite come di parte, “di sinistra”. Eppure un rapido ripasso di storia svela che questo percorso di moderazione del traffico per migliorare la sicurezza delle persone e la vivibilità dei centri urbani è partito a Olbia, in Sardegna, con una giunta di centro-destra. A Velo-city in moltissimi panel è emersa una riflessione comune: il ciclismo urbano non deve essere inteso come un tema ideologico e divisivo.

E come fare? Susanna Maggioni, vicepresidente FIAB che è stata Programme Director di Velo-city, ne ha parlato nel panel “Good vibes : Cultivating kindness to counter bikelash“. Coltivare la gentilezza per rispondere a chi, lancia in resta, è ostile per principio alla bici, alle ciclabili e soprattutto alle persone che pedalano.
Non si tratta di parlare soltanto di biciclette: è riduttivo. Ecco perché a Velo-city si è discusso molto di spazio pubblico, concetto su cui FIAB insiste da anni proprio perché esiste un diritto spesso non riconosciuto. Basta dare un’occhiata alle nostre città per capire quanto le auto (anche soltanto quelle parcheggiate) occupino molto più spazio delle persone. Ivano Marchiol, assessore alla mobilità di Udine, ha detto a Velo-city: «Se smettiamo di disegnare le strade per le auto, restituiamo le città alle persone. Le infrastrutture ciclabili sono un atto di democrazia perché rendono le città più accessibili».

Città più accessibili come quelle parte del network dei ComuniCiclabili. Durante l’edizione di Rimini a Velo-city si è tenuta infatti la cerimonia di consegna delle bandiere, con tutte le valutazione che il team FIAB ha espresso. Vito Parisi, delegato di ANCI alla mobilità e sindaco del comune di Ginosa, ha spiegato durante la cerimonia di ComuniCiclabili: «Oggi mi sento meno solo vedendo amministratori che si occupano di mobilità. Al di là delle infrastrutture e delle politiche di governance la sensazione è che un tema del genere venga visto con accezioni politiche. Sono in realtà infrastrutture che migliorano la qualità della vita delle persone».
