Crisi climatica e ambientale: se non si agisce ora la “decrescita infelice” è inevitabile

Crisi climatica e ambientale: se non si agisce ora la “decrescita infelice” è inevitabile

I cambiamenti climatici non sono più una prospettiva futura ed incerta ma sono già in atto.

Li hanno previsti, ormai da molto tempo, gli studi degli scienziati ma da quest’anno purtroppo li abbiamo potuti constatare empiricamente: i ghiacciai stanno scomparendo, clima mite d’inverno anche in Scandinavia o in Russia, incendi in diverse aree del globo, siccità e fuga delle popolazioni in altre, aumento della frequenza ed intensità degli eventi atmosferici estremi (ad es. Vaia, alluvioni, ecc.). Il cambiamento climatico non significa che non vi possano essere, localmente, picchi estremi di freddo (anzi è probabile) ma piuttosto che le temperature medie a livello globale sono in crescita.

Il 100% degli studi pubblicati dagli esperti in materia conferma che la causa dei cambiamenti climatici è la massiccia immissione in atmosfera di gas climalteranti da parte dell’uomo, principalmente per l’uso di idrocarburi (carbone, petrolio, gas naturale) ma anche per la deforestazione e l’allevamento intensivo del bestiame.

Pertanto dobbiamo agire subito, perché ulteriori indugi accentueranno il problema, con un’eredità pesante interamente a carico dei nostri figli e nipoti. Purtroppo si continua imperterriti a ragionare in una logica di crescita infinita, senza fare i conti con la limitatezza fisica del nostro pianeta, alterando gli ecosistemi e deteriorando le risorse primarie (terra, acqua, aria e clima) sulle quali si basa la vita, l’economia e, in ultima analisi, questa tanto celebrata crescita.

Tuttavia anche tra chi si è reso conto che bisogna cambiare, e in fretta, verso la decarbonizzazione ed un maggior rispetto per l’ambiente, regnano due illusioni alternative.

C’è chi parla di “sviluppo sostenibile” e chi invece di “decrescita felice”. In sintesi, i primi sostengono che nuovi investimenti verso diversi sistemi energetici, sistemi di trasporto sostenibile, tutela dell’ambiente, attività “verdi”, ecc. porteranno inevitabilmente posti di lavoro e benessere. I secondi sostengono invece che “sviluppo = crescita” e che sia un’illusione poter continuare a consumare così tanto, che neppure un “green new deal” sia alla fin fine sostenibile e , pertanto, bisognerà trovare il modo di rinunciare all’attuale benessere (o presunto tale) per trovare un diverso stile di vita,  che ci renda felici anche consumando molto di meno.

Se non agiamo in fretta l’unica certezza è il disastro climatico e la “decrescita infelice” per le nuove generazioni (quelle ben rappresentate da Greta, ma non solo da lei) e per quelle future. Pertanto, al bando le ideologie, abbiamo urgente necessità di pragmatismo. Servono, da una parte, gli investimenti e tecnologie “green”, che possono far crescere nuove attività e sviluppo economico, dall’altra però è indispensabile anche ripensare i consumi e promuovere una maggiore sobrietà (perlomeno riguardo a quanto è più inquinante, soprattutto in termini di CO2, e non è immediatamente sostituibile con produzioni ecocompatibili, dall’altra perché le risorse economiche dovranno convergere prioritariamente verso la conversione a nuovi sistemi produttivi, energetici, di trasporto). La questione, in termini tecnici, è che per salvarci non ci basterà aumentare tecnologicamente l’efficienza “ecologica” ma anche il risparmio.

Meglio parlare di sobrietà piuttosto che di decrescita (che per alcuni è brutto sinonimo di de-sviluppo), perché ritengo che lo sviluppo non sia necessariamente da intendersi come aumento di consumi di materie prime ed energia ma possa dispiegarsi in servizi immateriali di diverso genere, in una migliore distribuzione e redistribuzione, nello sviluppo di un’etica dove si ottenga più soddisfazione dall’essere che dall’avere.

Se l’umanità decide insieme di voler vivere ancora decentemente su questo pianeta, senza estinguersi (sia chiaro, estinzione nostra, non del pianeta, che va avanti, si adatta anche senza di noi) o, alla meno peggio (?), patire fame, miseria (ed inevitabile guerra e barbarie), allora serve un radicale cambiamento dei nostri paradigmi culturali.

Ecco perché ovunque sia possibile agire per il cambiamento degli stili di vita, anche con piccoli provvedimenti ed agevolazioni, ciò va fatto senza indugi, senza riserve ideologiche.

Invece, restando alla nostra esperienza in FIAB, ormai da una vita, ed ancor oggi, troviamo assurdi pregiudizi e resistenze allo sviluppo della mobilità ciclabile, come ad es. certe obiezioni che ci dobbiamo regolarmente sorbire da amministratori e tecnici, oppure le ostinate e cieche resistenze al cambiamento, spesso condite di cattiveria verso i ciclisti, che ci tocca leggere a volte sui giornali.

Rendiamoci conto che siamo in ottima compagnia, cioè che questo miope conservatorismo mette i bastoni tra le ruote anche a chi spinge verso la sostenibilità in altri campi dell’ambientalismo, e che i pregiudizi culturali si sposano ai troppi interessi a mantenere lo “status quo”. Se questo atteggiamento non cambia, allora vuol dire che non c’è scampo, non tanto per noi ciclisti ma per l’umanità intera.

PS – Restando nel ragionamento precedente, tra sviluppo sostenibile e decrescita, credo valga anche per il dibattito pro o contro l’auto elettrica, ed abbia ragione FIAB nell’affermare che lo sviluppo della mobilità elettrica può andar bene ma deve sposarsi ad una “dieta del traffico”. Insomma meno auto in circolazione in città, possibilmente elettriche, ma soprattutto molto meno.

La foto di copertina è stata scattata da Matthew Abbott

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