La comparsa dei cicloecologisti

La comparsa dei cicloecologisti

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La preistoria di FIAB – Parte 1°

Prima di FIAB compaiono in Italia i cicloecologisti. E’ la nostra preistoria: in un Paese senza nessuna idea di mobilità ciclistica, i ciclisti cominciano a lottare per soppravvivere. E lo fanno partendo da zero .. tutto è ancora da inventare (a parte la ruota).

Nell’accingermi a narrare la storia della FIAB ho voluto raccontare la fondazione, avvenuta a Roma nel 1988, ed ufficializzata dal notaio a Napoli nel 1989.

Prima della storia però c’è sempre una preistoria. Fiab nasce dal Coordinamento Nazionale Amici della Bicicletta, che si forma nel 1982-83 dall’aggregazione di alcuni gruppi locali. Gruppi voluti da persone che, negli anni precedenti, riscoprirono e sperimentarono l’andare in bicicletta, vissuto anche come stile di vita concreto per migliorare le città e l’ambiente.

Quindi, più o meno all’inizio degli anni ’80, spuntano fuori i primi ciclo-ecologisti. Persone che già pedalavano da tempo o si accingevano a farlo e che, seguendo diversi percorsi culturali, maturarono un’analisi critica verso il monopolio ideologico esercitato dalla motorizzazione di massa.

La cultura della mobilità incentrata sull’automobile mostrava le prime crepe. Si pensi alla crisi energetica degli anni ’70 e alla crescita dei movimenti ambientalisti. Negli anni ’80, inoltre, arrivò in Italia la “mountain bike”. Molti la comprarono per “moda” ma contribuì a far riscoprire il piacere di pedalare a molti italiani (favorendo anche, in seguito, lo sviluppo di bici ibride, più adatte ai nostri scopi urbani o cicloturistici).

In questo contesto i primi cicloecologisti cominciarono a sentire l’esigenza di far qualcosa, e di unirsi per farlo. Nascono così i primi gruppi cicloecologisti, non strutturati, un po’ “anarchici”, tanto che chiamarli “associazioni” è prematuro, spesso con idee e stili diversi, grazie ad intuizioni e visioni di persone provenienti da differenti esperienze.

Per quel che mi riguarda fu in questo contesto “ambientalista” che maturai la decisione di usare la bicicletta, illuminato da alcuni approfondimenti, soprattutto dalla lettura di Ivan Illich che scrisse un elogio “politico” della bicicletta nel suo saggio “Energia ed equità”.

In pratica, però, il primo impatto ciclistico con il traffico, pericoloso e caotico, fu abbastanza traumatico. Il che mi fece sviluppare la convinzione che, se da una parte l’uso della bicicletta era da promuovere, dall’altra, anche per non far diventare questa promozione un’istigazione al suicidio, era necessario conquistare diritti e sicurezza per gli utenti non motorizzati della strada.

All’inizio del 1982, da tutto questo a fondare il gruppo Amici della Bicicletta nella mia città il passo fu breve, agevolato dalla scoperta che alcuni amici condividevano queste idee (eravamo molto giovani, tenuto conto che tutti i fondatori avevano più o meno 20 anni).

In questo quadro fu naturale che il primo incontro tra gruppi di cicloecologisti di diverse città avvenisse ad Arcipelago Verde (Bologna, assemblea del 10 ottobre 1982). Incontro che poi porterà a dar vita al Coordinamento Nazionale Amici della Bicicletta.

Di questo incontro vi parlerò nel prossimo articolo ma, prima di raccontare gli avvenimenti, credo sia necessario accennare al contesto storico-culturale in cui si mossero queste prime e pionieristiche esperienze.

Questo soprattutto a vantaggio di chi da per scontate  troppe cose. Idee, proposte, dibattiti, studi ed approfondimenti, che oggi sono patrimonio acquisito di noi cicloattivisti, non nacquero improvvisamente dal nulla ma furono sviluppati in molti anni. Allora semplicemente non c’erano e si partiva da zero, seppur con entusiasmo.

Si partiva forse senza renderci conto dell’altezza della montagna. Scoprendo la bicicletta, ci si mise a pedalare e, con il tempo e la buona volontà, si iniziò a scalare la montagna, a fare nuove scoperte, e a renderci conto che si continuava a salire .. che si doveva continuare a salire. E’ stato faticoso ma, in fondo, anche divertente. (E lo è ancora, visto che la scalata non è terminata; nuove fatiche, scoperte e soddisfazioni ci attendono!).

Allora, soprattutto, mancava in Italia la conoscenza delle politiche per promuovere la mobilità ciclistica. Anzi, a dire il vero, mancava l’idea stessa che tali politiche potessero esistere.

La motorizzazione di massa si era imposta e la bici, da mezzo di trasporto popolare, era stata relegata ad attrezzo sportivo per il tempo libero, mezzo di trasporto solo per i “poveracci”.

Normale quindi che nessuno, neppure i primi ambientalisti, pensassero alla bici nelle “politiche del traffico” (traffico, notate bene, il concetto di mobilità era al di là da venire).

Non c’era internet, si viaggiava meno di oggi e pertanto anche le notizie dai Paesi “ciclisticamente più avanzati” arrivavano con il contagocce. Se il ciclismo agonistico e sportivo poteva contare su un   associazionismo forte, radicato ed organizzato, noi invece partivamo da zero. I ciclisti urbani, i cicloturisti, coloro che progettano e pianificano la mobilità ciclistica, possono oggi attingere ad un vasto patrimonio di conoscenze, strumenti ed opportunità. Allora no.

Quindi noi non sapevamo proprio niente e, spesso, neppure sapevamo di non saperlo. Ci dovevamo inventare tutto, discutere tutto, capire ed aggiustare il tiro strada facendo.

In secondo luogo, specialmente per una nascente organizzazione volontaristica e minoritaria, riuscire a fare rete nazionale non fu facile, si andava avanti con grande lentezza.

Ogni tanto si prendeva il treno e ci si riuniva. Però le comunicazioni a livello nazionale erano molto lente, convocare una riunione o scrivere una circolare significava perdere una giornata: fare una brutta copia a mano, batterla a macchina da scrivere, andare alla copisteria a fare le fotocopie, comprare le buste e i francobolli, piegare i fogli ed inserirli nelle buste, incollare i bolli, uscire nuovamente ad imbucare. E la lettera ci metteva poi anche più di una settimana ad arrivare (e veniva letta a tutti gli attivisti quando il gruppo destinatario si riuniva, magari dopo 15 o 20 giorni). Per sentirsi, certo, c’era anche il telefono. Quello fisso, che se uno non lo trovavi a casa .. “riprova e sarai più fortunato”. Però la tariffazione era “a scatti” e le interurbane costavano un’esagerazione (e, in molti casi, le bollette salate non ce le potevamo permettere, visto che molti di noi erano ancora studenti squattrinati, magari con i genitori che mettevano il lucchetto al telefono).

Pertanto i costi e il tempo da dedicare per mantenere i contatti, anche soltanto tra 10 gruppi di diverse città, non erano indifferenti. Anche se tutto questo, sia ben inteso, era vissuto come assolutamente normale. Le cose allora andavano più lente e nessuno se ne faceva troppi problemi.

E’ soltanto oggi, nell’era del “sempre connessi”, che qualcuno si stupisce (o arriva addirittura a scandalizzarsi e rimproverarci, perché il nostro movimento, di cui c’era tanto bisogno, ci ha messo così tanto a decollare).

Già, siamo piombati in un’epoca in cui si deve cambiare velocemente, i nuovi leader predicano che tutto si può e si deve ottenere subito. E così, poi, molto velocemente, arrivano anche i disastri.

Non che allora non sentissimo l’“urgenza” di affermare le nostre idee, coscienti della necessità di fermare il disastro ambientale, la strage sulle strade, il deterioramento della qualità della vita. Eppure ci risultava chiaro anche il valore della “lentezza”, la necessità di recuperare tempi di vita e rapporti sociali migliori (ed amichevoli, tanto che quel “amici” non era del tutto casuale). E così anche la consapevolezza che le idee sono un seme e il cambiamento un albero, che cresce lento, che si deve piantare, coltivare e proteggere con perseveranza nel tempo, affinché affondi profonde le sue radici.

“Investi nel millennio… pianta sequoie” (Wendell Berry, Manifesto del Contadino Impazzito).
“Più lento, più profondo, più dolce” (Alex Langer)